Narrazione, lentezza e presenza nella scuola primaria di Bruno Lorenzo Castrovinci
Nella scuola primaria il tempo dell’apprendimento non coincide con il tempo dell’orario. L’orario è misurabile, divisibile, confrontabile; l’apprendimento, invece, procede per soste, ritorni, riprese, e spesso si compie quando nessuno lo sta più cercando. Comprendere davvero significa poter indugiare su un’esperienza, tornarci sopra, raccontarla e collegarla ad altro.
La didattica narrativa nasce da questa consapevolezza. Raccontare, ascoltare e rielaborare permettono al bambino di ordinare l’esperienza in una sequenza, di riconoscere relazioni tra eventi, di attribuire intenzioni, di immaginare conseguenze e di costruire, insieme agli altri, una memoria condivisa. Per questo la narrazione non appartiene soltanto all’educazione linguistica, ma è una modalità trasversale del conoscere, e in quanto tale riguarda ogni disciplina e ogni relazione.
Questo saggio prova a dare fondamento a un’intuizione che molti insegnanti della primaria conoscono per pratica, e cioè che esiste una lentezza feconda, diversa dalla lentezza come ritardo, e che proteggerla è oggi uno dei compiti più delicati della scuola. Lo fa intrecciando tre piani: quello epistemologico, che riguarda il modo in cui la mente costruisce significati; quello cognitivo, che riguarda ciò che accade quando un bambino ascolta o racconta una storia; e quello antropologico, che riguarda la possibilità stessa di essere presenti a ciò che si vive.
Due modi di conoscere
Nel 1986 Jerome Bruner propose una distinzione destinata a cambiare il modo di guardare alla mente, poichè esistono due modalità di funzionamento cognitivo, irriducibili l’una all’altra. Il pensiero paradigmatico procede per categorie, argomentazioni, verifiche; cerca ciò che è vero in generale e si esprime nel linguaggio della logica e della scienza. Il pensiero narrativo procede per storie; si occupa di intenzioni, azioni, conseguenze, e cerca non la verità astratta ma la verosimiglianza, il senso di ciò che accade a qualcuno, in un luogo e in un tempo.
La scuola, per tradizione, ha privilegiato il primo. Eppure, Bruner, e con lui buona parte della psicologia culturale successiva, ha mostrato che il secondo non è una forma inferiore o infantile del conoscere, ma la via principale attraverso cui gli esseri umani danno forma all’esperienza e la rendono comunicabile. Nella Cultura dell’educazione Bruner arriva a sostenere che la narrazione sia il modo in cui una cultura trasmette a chi arriva le proprie attese, i propri valori e le proprie possibilità di deviazione; infatti, raccontiamo ciò che è canonico e, soprattutto, ciò che si discosta dal canone.
Per il bambino della scuola primaria questa distinzione ha una conseguenza concreta. Un contenuto presentato come informazione isolata può essere memorizzato, ma tende a restare inerte e a dissolversi rapidamente. Inserito in una struttura narrativa, lo stesso contenuto acquista relazioni: un prima e un dopo, un problema e un tentativo di soluzione, qualcuno che vuole qualcosa e qualcosa che si oppone. Raccontare come nasce una scoperta, ricostruire il percorso di un problema, seguire il viaggio dell’acqua dalla nuvola al mare significa costruire una cornice dentro la quale le informazioni trovano posto e si tengono a vicenda.
Non si tratta di contrapporre i due modi di pensiero, ma di riconoscere che il secondo prepara e sostiene il primo. Il bambino che ha seguito la storia di un fenomeno è più disposto, poi, a coglierne la regola; chi ha abitato un racconto è più pronto a interrogarlo. La narrazione, in questo senso, è la soglia attraverso cui il sapere entra nell’esperienza.
Chronos e kairos: due tempi nella stessa aula
I Greci disponevano di due parole per dire il tempo. Chronos è il tempo che scorre uniforme, quello che si misura e si divide in unità equivalenti; kairos è il tempo opportuno, il momento qualitativamente denso in cui qualcosa può accadere e che, se non viene colto, non torna. La scuola vive necessariamente dentro chronos: il calendario, l’orario settimanale, le ore di lezione, le scadenze della valutazione. Ma l’apprendimento autentico accade dentro kairos, e kairos non si programma, ma si prepara, si attende, si riconosce.
La didattica narrativa è uno dei pochi dispositivi scolastici costruiti intorno al kairos. Una storia ha bisogno di attesa, di continuità e di ritorno. Lasciare un racconto sospeso e riprenderlo il giorno dopo, tornare su un personaggio a distanza di settimane, chiedere ai bambini di immaginare che cosa potrebbe accadere prima di scoprirlo, sono gesti che educano la capacità di mantenere viva una domanda nel tempo. Non tutto deve essere immediatamente concluso; anzi, ciò che resta aperto lavora.
Questa esperienza è tanto più preziosa in un contesto culturale segnato da stimoli rapidi, brevi e frammentati. Il filosofo Byung-Chul Han ha descritto il tempo contemporaneo come un tempo senza profumo, privo di durata, in cui gli istanti si susseguono senza legarsi in una storia, e ha indicato nella capacità di indugiare sulle cose la condizione perché il tempo torni ad avere senso. Sul versante delle scienze cognitive, la neuroscienziata Maryanne Wolf ha documentato come la lettura profonda, lenta, immersiva, capace di sostenere inferenze e riflessione, non sia una dotazione naturale, ma un circuito che si costruisce e che può indebolirsi quando prevalgono modalità di lettura rapide e discontinue.
Nella tradizione pedagogica italiana questa intuizione ha un nome preciso: la pedagogia della lumaca di Gianfranco Zavalloni, maestro e poi dirigente scolastico, scomparso nel 2012. Contro una scuola che corre, che anticipa e accumula, Zavalloni proponeva vere e proprie “strategie didattiche del rallentamento”: perdere tempo a parlare, scrivere a mano, andare a piedi, imparare facendo con le mani. La lumaca, che porta con sé la propria casa e avanza senza fretta lasciando una traccia visibile, diventava il simbolo di un apprendimento che non si misura sulla velocità, ma sulla profondità. Nel suo Manifesto dei diritti naturali di bimbi e bimbe compariva anche il diritto all’ozio, cioè a vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti. Tra queste strategie, perdere tempo a parlare è forse la più vicina alla didattica narrativa; è nel racconto disteso, nella conversazione che non ha fretta di concludersi, che il tempo “perso” si rivela il più fecondo.
La scuola primaria è il luogo in cui quel circuito si forma. Per questo la lentezza narrativa non è un lusso pedagogico, né una nostalgia, ma una scelta di politica educativa nel senso più alto, perché decide quale rapporto con il tempo e con l’attenzione i bambini porteranno con sé.
Ascoltare è già pensare
L’ascolto di una storia viene spesso considerato un momento di riposo rispetto all’esercizio o alla produzione scritta, ma è un equivoco. Le ricerche sulla comprensione del testo narrativo mostrano che chi ascolta non registra passivamente una sequenza di frasi, ma costruisce attivamente un modello della situazione, collegando ciò che accade con quanto è già accaduto, inferendo cause e intenzioni che il testo non esplicita, aggiornando di continuo le proprie aspettative. Graesser, Singer e Trabasso hanno descritto questo lavoro come una ricerca di significato guidata dal bisogno di coerenza, poichè la mente che ascolta vuole capire perché le cose accadono e perché i personaggi agiscono così.
Le neuroscienze hanno aggiunto a questo quadro alcune evidenze suggestive. Stephens, Silbert e Hasson hanno osservato che, durante il racconto di una storia, l’attività cerebrale di chi ascolta tende a sintonizzarsi con quella di chi racconta, e che il grado di questa sintonia predice il livello di comprensione. Raymond Mar, passando in rassegna gli studi di neuroimmagine, ha evidenziato una sovrapposizione significativa tra le reti coinvolte nella comprensione delle storie e quelle impegnate nella cognizione sociale, cioè nella capacità di rappresentarsi stati mentali altrui. Ascoltare una storia, in altre parole, è anche esercitarsi a comprendere le persone.
C’è poi un dato che riguarda direttamente la lentezza. Diversi studi sul consolidamento della memoria indicano che brevi intervalli di quiete vigile, successivi a un’esperienza di apprendimento, favoriscono la stabilizzazione di ciò che si è appreso: Tambini, Ketz e Davachi hanno rilevato un aumento delle connessioni tra ippocampo e corteccia durante il riposo successivo all’apprendimento, correlato al ricordo; Dewar e colleghi hanno osservato che pochi minuti di riposo senza nuovi stimoli migliorano il ricordo anche a distanza di giorni. Le cautele sono d’obbligo nel trasferire questi risultati all’aula, ma l’indicazione è coerente con l’intuizione pedagogica, secondo cui il silenzio dopo una storia non è tempo perso, ma il tempo in cui la storia si deposita.
Ne discende un’indicazione di metodo. Una buona lettura ad alta voce è un’attività cognitivamente ricca a condizione che non venga continuamente interrotta da domande di controllo. Le domande servono, ma nei momenti opportuni, quando la storia chiede di essere anticipata, quando un personaggio compie una scelta e quando il racconto si chiude. Trasformare ogni pagina in una verifica di comprensione significa, paradossalmente, impedire la comprensione che si vorrebbe verificare.
Raccontare per comprendere
La narrazione acquista un valore ulteriore quando il bambino è chiamato a raccontare a sua volta. Ricostruire un’esperienza, spiegare che cosa è accaduto, descrivere un procedimento o inventare un finale obbliga a selezionare le informazioni rilevanti, a stabilire un ordine, a scegliere le parole. Raccontare significa trasformare ciò che si è vissuto o appreso in una rappresentazione organizzata, e questa trasformazione è già comprensione.
L’operazione ha un forte valore metacognitivo. Nel racconto emergono passaggi che durante l’esperienza erano rimasti impliciti: il momento in cui si è cambiato strategia, il dettaglio che ha fatto capire, l’ostacolo che ha costretto a ripensare. Particolarmente fecondo è il racconto dell’errore. Chiedere a un bambino di narrare come è arrivato a una soluzione sbagliata, e poi come se ne è accorto, significa sottrarre l’errore alla logica della sanzione e restituirlo alla logica della ricerca. L’errore raccontato diventa un episodio della propria storia di apprendimento, non una macchia da nascondere.
Lo stesso vale per la scrittura. Nella scuola primaria scrivere rischia di essere vissuto soprattutto come esercizio formale, in cui l’attenzione si concentra su ortografia, struttura e correttezza. Questi aspetti restano essenziali, ma la scrittura narrativa offre anche uno spazio in cui il bambino impara a organizzare il pensiero e a dare forma alla propria voce. Inventare personaggi, cambiare punto di vista, continuare una storia iniziata da altri permette di lavorare insieme su lessico, sintassi, coerenza e immaginazione. Gianni Rodari lo aveva mostrato con la sua Grammatica della fantasia, evidenziando come il gioco con le parole e con le storie non è alternativo al rigore linguistico, ma ne costituisca una delle vie d’accesso.
Decisivo è il destinatario. Quando una storia è scritta per essere letta da qualcuno, i compagni, una classe più piccola, le famiglie, la revisione cambia natura: non è più correzione imposta dall’esterno, ma cura verso chi leggerà. La correttezza non scompare; viene inserita in un compito che ha un senso e un interlocutore, e proprio per questo diventa desiderabile.
Anche le discipline si raccontano
La didattica narrativa non va confinata all’ora di italiano. Kieran Egan, nel suo Teaching as Story Telling, proponeva già negli anni Ottanta di progettare le unità didattiche di qualsiasi disciplina come si costruisce una storia: individuando ciò che è davvero importante in un argomento, cercando le opposizioni che lo rendono vivo, organizzando il percorso intorno a una tensione che chiede di essere risolta.
Le possibilità sono molte e alla portata di ogni insegnante. Una linea del tempo può diventare il racconto di una trasformazione, con i suoi protagonisti e le sue svolte. Un esperimento scientifico può essere ricostruito come una sequenza di ipotesi, attese deluse e verifiche. Un problema matematico può essere narrato mettendo in evidenza le decisioni che hanno condotto alla soluzione, e quelle che sono state scartate. La geografia può seguire il viaggio di un fiume, di una merce, di una famiglia. Perfino un oggetto può raccontare la propria storia, dalla materia prima all’uso quotidiano.
In questo modo i bambini scoprono che le discipline non sono raccolte di contenuti, ma modi diversi di interrogare e raccontare la realtà, ciascuno con le proprie domande, i propri linguaggi e le proprie regole di prova. Ogni disciplina ha una storia fatta di scoperte, di errori, di dispute, e conoscere quella storia aiuta a capire perché i suoi concetti sono fatti così.
Una cautela, però, è necessaria. La storia non deve sostituire il rigore del contenuto, né deformarlo per renderlo più attraente. Una narrazione che semplifica fino a falsare produce misconcezioni difficili da rimuovere. La buona narrazione disciplinare è quella che rende il contenuto più comprensibile senza renderlo meno vero, perché è un’impalcatura che sostiene il pensiero paradigmatico, non un suo surrogato.
Una classe che si racconta: identità narrativa e riconoscimento
Paul Ricoeur ha mostrato che l’identità personale non è una sostanza immutabile, ma qualcosa che si costruisce raccontandosi: siamo, in buona misura, la storia che riusciamo a dire di noi stessi, e che gli altri ci aiutano a dire. L’identità narrativa tiene insieme il cambiamento e la continuità, ciò che eravamo e ciò che stiamo diventando.
Questa prospettiva vale anche per i gruppi. Una classe che racconta costruisce una storia di sé attraverso le letture condivise, i diari di classe, le narrazioni collettive, le storie personali portate in cerchio, che diventano una memoria comune in cui ciascuno può riconoscersi. Nella scuola primaria il gruppo classe è uno dei primi contesti sociali stabili al di fuori della famiglia, e il modo in cui quella comunità si racconta contribuisce a formare il modo in cui ogni bambino impara a stare con gli altri. Una storia comune diventa anche una risorsa quando arrivano conflitti, cambiamenti o passaggi difficili: una classe che ha un racconto di sé sa dove collocarli.
C’è poi una dimensione che riguarda il riconoscimento. Axel Honneth ha descritto la costruzione di sé come l’esito di relazioni in cui si è visti, considerati e apprezzati; la mancanza di riconoscimento produce, al contrario, forme di invisibilità sociale che feriscono profondamente. In classe questa invisibilità ha volti precisi: il bambino che parla poco, quello che fatica con la scrittura, quello che arriva da un’altra lingua, quello che nelle forme tradizionali di partecipazione non trova spazio.
La narrazione può dare voce anche a loro. Un racconto orale, un disegno che accompagna una storia, un ruolo in una drammatizzazione, la memoria di un luogo o di una festa della propria famiglia sono forme diverse di contributo, e ciascuna è un’occasione di riconoscimento. Quando un bambino sente che la propria storia è ascoltata e trova posto nella storia comune, impara qualcosa che nessun programma può insegnare esplicitamente: che la sua presenza conta.
La presenza e la sua crisi
Ernesto De Martino, studiando il mondo magico e le culture contadine del Mezzogiorno, ha elaborato una categoria che si rivela sorprendentemente utile per pensare la scuola: la presenza. Per De Martino la presenza non è un dato garantito, ma un compito. Essere presenti significa esserci come soggetti capaci di dare forma e valore a ciò che accade, di ordinare l’esperienza anziché esserne travolti. Quando questa capacità vacilla si produce una crisi della presenza, nella quale il soggetto non riesce più a oltrepassare la situazione in cui si trova, la subisce e rischia di smarrirsi in essa.
Le culture tradizionali, mostrava De Martino, avevano elaborato istituti simbolici, riti, formule, narrazioni, per proteggere la presenza nei momenti critici, per “destorificare” l’evento minaccioso inserendolo in un ordine ripetibile e dotato di senso. La narrazione è uno di questi istituti, forse il più antico. Raccontare ciò che accade significa riprenderlo in mano, collocarlo in una sequenza, renderlo pensabile e dunque abitabile.
Non si tratta di trasferire meccanicamente all’aula un concetto nato in un altro contesto. Ma l’analogia illumina qualcosa di reale. Il bambino immerso in un flusso continuo di stimoli rapidi, in una giornata scolastica frammentata in attività che si susseguono senza legarsi, vive una forma quotidiana e sommessa di rischio per la presenza perché fa molte cose, ma fatica a esserci in ciò che fa. Accumula eventi, ma non riesce a trasformarli in esperienza.
La lentezza narrativa risponde a questo rischio. Una storia ascoltata senza fretta, ripresa, raccontata di nuovo, discussa, offre al bambino un tempo in cui ciò che accade può essere ordinato e fatto proprio. È questo, in fondo, il senso più profondo della “lentezza feconda”, intesa non come un ritmo più basso, ma come un ritmo che rende possibile la presenza. E la presenza del bambino, a sua volta, dipende dalla presenza dell’adulto che gliela rende possibile.
L’insegnante come custode del ritmo
Se la narrazione protegge la presenza del bambino, l’insegnante è colui che protegge il tempo della narrazione. La didattica narrativa richiede una regia particolare, che consiste nel sapere quando intervenire e quando lasciare silenzio, quando porre una domanda e quando permettere che il racconto prosegua, quando chiudere e quando lasciare aperto. È una competenza che non si riduce a una tecnica, perché richiede ascolto della classe e senso del momento, cioè proprio quella sensibilità al kairos di cui si è detto.
La qualità non dipende dalla quantità di racconti proposti, ma dalla profondità con cui vengono attraversati. Poche storie, scelte bene, lette e rilette, possono lasciare tracce più durature di molte storie consumate in fretta e subito convertite in schede di esercizi. Scegliere testi capaci di aprire possibilità, e costruire attività che non trasformino ogni storia in un pretesto, è già una decisione pedagogica.
Alcune pratiche, sperimentate in molte classi, danno forma concreta a questa regia:
- Il racconto a puntate. Una storia lunga letta ogni giorno alla stessa ora, interrotta nel punto di massima tensione. L’attesa diventa parte dell’apprendimento, e il giorno dopo si comincia ricordando insieme dove si era rimasti.
- Il silenzio dopo la storia. Un minuto senza domande e senza consegne al termine della lettura, prima di qualsiasi discussione. È il tempo in cui il racconto si deposita.
- Le domande che aprono. Poche domande nei punti di svolta: “che cosa faresti tu?”, “perché secondo te l’ha fatto?”, “come potrebbe finire?” invece di domande di controllo a ogni pagina.
- Il diario di classe. Un quaderno comune in cui, a turno, i bambini raccontano la giornata o la settimana; riletto a fine anno, diventa la storia della classe.
- Il racconto del procedimento. In matematica e nelle scienze, chiedere di narrare come si è arrivati a una soluzione, compresi i tentativi scartati e gli errori.
- Il punto di vista di un altro. Riscrivere un episodio dal punto di vista di un personaggio secondario, di un oggetto, di un animale: un esercizio di scrittura che è anche un esercizio di empatia.
In questo senso l’insegnante diventa custode del ritmo, difendendo il tempo necessario perché una storia possa essere ascoltata, abitata e poi rielaborata. E per farlo deve essere a sua volta presente, non solo come esecutore di una programmazione, ma come adulto che crede in ciò che racconta e si lascia toccare da ciò che i bambini restituiscono. Nessuna tecnica narrativa funziona senza questa presenza; con essa, anche le tecniche più semplici diventano feconde.
Conclusione: la lentezza che lascia traccia
La scuola primaria è attraversata dalla preoccupazione di completare programmi, raggiungere obiettivi e documentare risultati. Dentro questa pressione, la lentezza può apparire un lusso che non ci si può permettere. Eppure alcuni apprendimenti hanno bisogno proprio di tempo, di ritorno e di sedimentazione, e non possono essere accelerati senza essere svuotati.
Il percorso compiuto in queste pagine consente di dire perché. Il pensiero narrativo è una forma fondamentale del conoscere, non un suo ornamento. L’ascolto e il racconto sono attività cognitive complesse, che chiedono tempo per compiersi e per depositarsi. La storia che una classe costruisce di sé è uno spazio di riconoscimento. E la narrazione, infine, è uno dei modi in cui l’essere umano difende la propria presenza di fronte a ciò che accade.
La lentezza diventa feconda quando non si limita a rallentare il percorso, ma permette a ciò che accade di diventare davvero esperienza. Una storia ascoltata, raccontata e discussa può lasciare tracce profonde perché tiene insieme conoscenza, emozione, linguaggio e immaginazione. È forse questo il valore più autentico della narrazione nella scuola primaria: insegnare ai bambini che comprendere il mondo richiede anche il tempo necessario per raccontarlo, e che in quel tempo si impara, prima di tutto, a esserci.
Riferimenti bibliografici
- Bruner, J. (1988). La mente a più dimensioni. Roma-Bari: Laterza (ed. orig. Actual Minds, Possible Worlds, 1986).
- Bruner, J. (1997). La cultura dell’educazione. Milano: Feltrinelli (ed. orig. The Culture of Education, 1996).
- Bruner, J. (2002). La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita. Roma-Bari: Laterza.
- De Martino, E. (1948). Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo. Torino: Einaudi.
- Dewar, M., Alber, J., Butler, C., Cowan, N., & Della Sala, S. (2012). Brief wakeful resting boosts new memories over the long term. Psychological Science, 23(9), 955–960.
- Egan, K. (1986). Teaching as Story Telling. Chicago: University of Chicago Press.
- Graesser, A. C., Singer, M., & Trabasso, T. (1994). Constructing inferences during narrative text comprehension. Psychological Review, 101(3), 371–395.
- Han, B.-C. (2017). Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose. Milano: Vita e Pensiero.
- Honneth, A. (2002). Lotta per il riconoscimento. Milano: Il Saggiatore (ed. orig. 1992).
- Mar, R. A. (2011). The neural bases of social cognition and story comprehension. Annual Review of Psychology, 62, 103–134.
- Ricoeur, P. (1993). Sé come un altro. Milano: Jaca Book (ed. orig. 1990).
- Rodari, G. (1973). Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie. Torino: Einaudi.
- Stephens, G. J., Silbert, L. J., & Hasson, U. (2010). Speaker–listener neural coupling underlies successful communication. Proceedings of the National Academy of Sciences, 107(32), 14425–14430.
- Tambini, A., Ketz, N., & Davachi, L. (2010). Enhanced brain correlations during rest are related to memory for recent experiences. Neuron, 65(2), 280–290.
- Wolf, M. (2018). Lettore, vieni a casa. Il cervello che legge in un mondo digitale. Milano: Vita e Pensiero.
- Zavalloni, G. (2008). La pedagogia della lumaca. Per una scuola lenta e nonviolenta. Bologna: EMI.


Lascia un commento